...di ritorno da...

ISHALLAH! - Egitto

(di Gabriele Muzi)

«Pronto Gabriele?»
«Sì sono io!»
«Ciao è La Viaggi nel Mondo, purtroppo ti stiamo per inviare l’email per comunicarti che il viaggio a cui ti sei iscritto sta per essere cancellato, sei l’unico prenotato, ci spiace…» Sono sempre stato convinto che quando una cosa inizia male finisce peggio. Ma esiste sempre un’eccezione che conferma la regola: questa eccezione si chiama Avventure nel Mondo, e debbo dire che ogni volta grazie a questo tipo di viaggi sono stato felicemente smentito.
E’ vero, il mio Egitto Nubia è iniziato proprio così, con il sottoscritto che si è dirottato nel più classico e tradizionale “Egitto Crociera”, in cui gli iscritti erano già cinque e con sicura partenza visto che si tratta di un viaggio senza coordinatore.
Già vedevo davanti a me animatori che durante la navigazione sul Nilo ti avrebbero invitato a “imperibili” cacce al tesoro e balli in maschera a bordo della nave, e mentre preparavo i bagagli un dubbio amletico mi attanagliava: “trolly o zaino da campeggio”? Ebbene sì, l’indecisione è regnata sovrana se abbandonare il mio mitico Quechua Bag, vero e unico compagno di tante avventure, o ricorrere al più comodo e semplicistico Roncato, forse più adatto al tutto organizzato che mi accingevo ad intraprendere.
Tutto organizzato? Ma quando mai! Vedeste la sopresa all’aeroporto appena conosciuti i miei compagni di viaggio! Già sulla monorotaia che porta al terminal 3 satellite dell’aeroporto di Fiumicino era nata l’intesa, confermata appena atterrati a Il Cairo dopo 3 ore di volo. Cena veloce e poi subito per strada: perché le città orientali e arabe qui nascono, tra gli affollatissimi vicoli e nelle ore notturne, quando tutti iniziano a vivere: un vero caos di voci, luci e suoni, altro che animazione da villaggio turistico! Dei sessanta milioni di abitanti che ha l’Egitto in venti vivono nella capitale, la vera città dal fascino orientale, davvero una metropoli dalle MilleUnaNotte!
Il giorno dopo l’itinerario è presto detto: Museo Egizio, fortezza del saladino con annessa moschea e ancora a spasso tra i locali lungo il Nilo, quel fiume che da solo ha generato la civiltà più florida e antica al mondo. L’indomani inizia l’avventura vera e propria: Melphi, Saqqara e la mitica Giza con le sue piramidi e l’inconfondibile Sfinge! Però! ci vuole davvero fegato a entrare nella piramide di Cheope, con i suoi cunicoli alti e larghi massimo una metrata, non certo adatti ai claustrofobici! Bella inoltre la sopresa di riuscire a scovare un ristorantino nascosto con terrazza di fronte all’ingresso del sito ed assistere allo spettacolo Luci e Suoni senza doverci entrare dentro!
Due ore di volo sul deserto separano Cairo e Luxor: carina la videoamera incastonata sotto la pancia dell’airbus, che ci ha permesso di vedere la valle del Nilo proiettata sullo schermo dell’aereo!
Qui l’Egitto movimentato e frenetico della capitale è già un lontano ricordo: l’archeologia inizia a fare da padrona e la voglia di vedere, visitare, esplorare si impossessa di noi: la Valle dei Re e delle Regine, i tempi di Hathepsut, Karnak e Luxor e i colossi di Memnon sembrano saziare la nostra voglia di storia, ma lo spettacolo deve ancora iniziare: ogni giorno che passa in crociera è sempre più affascinante, un continuo climax di emozioni che, procedendo per il tempio di Horus a Hedfu e Kom Ombo, sfocia nell’arrivo ad Assuan, la città della Grande Diga. Quale altro gruppo, se non uno affiatato come il nostro, si sarebbe mai svegliato alle quattro del mattino per vedere la nave che entra nel bacino delle chiuse di Edna e che si alza insieme al livello delle acque per ripercorrere il lento andare del fiume a ritroso?
L’isola Elefantina, l’Hotel Old Cataract in cui Agatha Cristie si è ispirata al celeberrimo “Assassinio sul Nilo”, il tempio di Philae, la grande diga sul Lago Nasser e la notte nubiana passano in fretta; ed ecco un’altra levataccia, forse la più meritata visto che il volo per Abu Simbel parte alle quattro del mattino: non si può spiegare la sensazione di trovarsi di fronte al Tempio di Ramses II. Bellezza, magnificenza, opulenza e stupore allo stesso tempo!
Dispiace, purtroppo, vedere attualmente un paese dal passato così glorioso in preda al caos, ma è anche giusto che la democrazia vera arrivi nella Terra dei Faraoni; mi piace però ricordare quell’Egitto di cinque anni fa, visto e vissuto insieme a Valentina, Natalia e Nicoletta. Perché la Crociera sul Nilo è un viaggio non tanto nello spazio, ma nel tempo: più si risale il lento andare di questo fiume, il più lungo al mondo con i suoi 6.671 chilometri di percorrenza, più si torna indietro nelle ere fino ad assaporare il momento in cui tutto ebbe inizio.
E, per tornare a noi, direi che è proprio vero: anche nei viaggi semplici e poco impegnativi si percepisce più che mai il valore aggiunto di Avventure nel Mondo: il gruppo! Altro che socializzazione forzata alla all-inlcusive! Ishallah!

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Cuba

(di Mario Colamarino)

Cuba è come "L'isola che non c'è" di Peter Pan : un luogo dove tutti possiamo ritrovare noi stessi e affrontare con spensieratezza le giornate. I Cubani sono un popolo molto socievole e amabile! Si balla sempre, ovunque, quasi come se la danza e il ritmo fossero elementi primitivi, ancestrali, da sempre legati a quest'isola. Cuba è una terra di contraddizioni, è l'isola più grande del Caribe, una rosa meravigliosa e profumata ma con tante spine nel fianco. Ho parlato con tante persone diverse durante il viaggio (cuba discovery ndr): i giovani vogliono andar via, vedono il mondo intorno cambiare velocemente, senza poter far nulla; gli adulti, gli anziani sono ormai adagiati su un socialismo che di fatto non esiste più, logorato dall'interno, pronto ad implodere da un momento all'altro. La percezione che ho avuto è che della grande idea di Stato consegnata dal Lider Maximo Castro ormai sia rimasto ben poco, solo la propaganda e la facciata mantengono insieme i pezzi del puzzle: ognuno si organizza come meglio può, si cerca di espatriare o avere degli affari con gli stranieri. I colori, gli odori, la musica di questa Isla Bonita non li dimenticherò mai… Il nostro viaggio ha attraversato tutta Cuba, da nord a sud, per poi ritornare all'Habana: dal fascino decadente e tipicamente coloniale della capitale, dove abbiamo assaggiato ottimi sigari, ballato nella "casa della trova", bevuto del buon rum. Ci siamo diretti con il mitico pulmino della Viazul, e il nostro caro autista Orlando, a Trininad, forse la città più coloniale e spagnola di tutta l'isola, che sebbene sia molto suggestiva per i colori e i suoi mercatini a me non ha trafitto il cuore come a tanti. Ciò che invece mi ha colpito particolarmente è la parte sud di Cuba ovvero Santiago, che per certi aspetti, in positivo, mi ha ricordato Napoli (io sono napoletano ndr), e poi Baracoa. Ecco qui ho fatto gare di tuffi con dei ragazzi cubani, ho ballato per strada, mi sono fatto la doccia sotto una pioggia torrenziale e ho assaggiato forse il più buon mojito del viaggio in un piccolo e losco baretto in centro. Una notte, sempre a Baracoa, ero da solo, perso e non riuscivo più a tornare nella "casa particulares " dove ero ospite… mentre vagavo senza meta ho trovato un "veguero" di 86 anni Manolo il quale, acciaccato e stanco, si è alzato dalla sedia a dondolo nel terrazzo della sua casa, e mi ha accompagnato per le strade della città fino a casa mia. Il giorno dopo ho bevuto del rum a casa sua e tra le mille feste ci siamo salutati.
Ecco questa è Cuba. Non bastano le parole per spiegare il gesto del vecchietto… Io credo che molti che fanno questo viaggio vadano per il mare, che è meraviglioso intendiamoci, Caio Coco, Varadero, Playa Pilar, etc, ma io consiglio vivamente anche di osservare bene le città, le persone, i costumi che penso siano quasi unici nel mondo. Affrettatevi a visitarla è in continua evoluzione e ben presto, a mio avviso, anche questa isola che non c'è forse resterà un sogno, un idea che per anni è rimasta immutata ma che ora si appresta a volgere ad un cambiamento senza precedenti.

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I volti del Genna

(di Alfredo Tursi)

Arrivano in tanti, tantissimi. Arrivano a piedi o a dorso di mulo, dopo giorni e giorni di cammino disperato, dormendo all’addiaccio e mangiando quello che viene loro offerto dalla carità degli altri. Salite e discese, pianure e montagne, ma nulla li ferma perché la voglia di essere lì è tanta, troppa, superiore alla fame e alla stanchezza. Alla fine eccola lì su un dirupo, finalmente, l’agognata meta di tante fatiche: Lalibela, la Gerusalemme d’Africa, una piccola città, ma di grande, grandissima importanza. Tutti insieme poi nei due giorni seguenti pregheranno, accampati su uno dei pianori che separano le chiese rupestri scavate nella roccia. Poi il lento ritorno a casa, stanchi, ma appagati se non dal cibo per lo stomaco almeno da quello per l’anima. Gebre Meqel Lalibela, re dal quale la città ha tratto il nome, alla sua nascita venne avvolto da uno sciame di api (Lalibela vuol dire appunto “avvolto da uno sciame di api”); divenuto re fu avvelenato dal fratello che ne voleva usurpare il trono: andato in coma fu rapito dagli angeli e portato sulla sommità di un monte dal quale poté vedere una città dalle bellissime chiese scolpite nella roccia. Poi Dio stesso gli ordinò di costruire questa città e affinché egli potesse farlo lo rimandò sulla terra, in Africa, precisamente in quella parte d’Africa che ora noi chiamiamo Etiopia. Qui Re Lalibela costruì la città che ancora oggi porta il suo nome.
Le undici Chiese rupestri di Lalibela agli inizi di gennaio fanno da sfondo a una delle festività più importanti della chiesa copta ortodossa, il Genna o Natale Copto. Pellegrini da tutte le parti del paese si ritrovano per pregare assieme, la piccola città diventa il centro del mondo. Stipati nei corridoi che separano le chiese o all’interno delle chiese stesse sono decine di migliaia, tanti da far disperdere anche i tanti viaggiatori che si recano lì per l’evento. Se non fosse per le orrende coperture (ma necessarie) costruite dall’Unesco sembrerebbe di essere in un’altra epoca, ai tempi del re Lalibela appunto. Davanti a ogni chiesa, sia di giorno che di notte, si svolgono cerimonie religiose durante le quali i sacerdoti prima pregano poi, tutti insieme, ballano portando in processione una croce, quasi a estrinsecare la loro voglia di preghiera. Noi stranieri siamo una nota stonata con le nostre macchine fotografiche e il nostro rumoroso incedere per vedere quanto più possibile, ma la moltitudine ci cancella al punto che non ci si nota affatto. Dopo tre giorni ripartiamo da Lalibela stanchi ma sicuri di avere visto qualcosa di unico, una preghiera corale che dal centro dell’Etiopia sale verso il cielo.

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Marocco: terra di colori, odori, suoni, emozioni…

(di Laura Cagnetti)

Sono stata in Marocco una volta in inverno e una volta in estate… è un Paese affascinante in tutte le stagioni e che ogni volta è in grado di emozionarti di nuovo, non ti stanca, talmente ricco sotto tutti i punti di vista. Dal mare alle alte montagne dell’Atlante, dal deserto con le sue dune alle magnifiche città imperiali, stupisce per le sue bellezze naturali e architettoniche.
Indimenticabili i colori delle dune di Merzouga o delle rocce del Todra al tramonto, delle case bianche e azzurre di Essaouira. Mille sono le sfumature delle rocce della valle del Dades, in mezzo alle quali spuntano maestose le kasbe. I panorami delle città dall’alto sono dominati dal verde dei tetti delle moschee, nei mercati tutto è coloratissimo, gioia per gli occhi sono le ceramiche di Fes. E il fascino degli uomini blu del deserto: i Tuareg…
Gli odori delle spezie pervadono tutti i suk, in quello di Fes non ci si può dimenticare quello sgradevole, ma particolarissimo della conceria “alleviato” da un rametto di menta profumata quasi infilato nel naso. La menta: usata non per il mojito, ma per creare un buonissimo the rinfrescante, da gustare ovunque ma in particolar modo sulla terrazza del Caffè Maure a Rabat. E gli odori della piazza di Marrakech: si sentono da lontano, è una cucina a cielo aperto, i fumi invadono la piazza.
Il silenzio incantevole delle vallate e del deserto è interrotto dagli strumenti musicali e dalle voci dei popoli berberi, non possiamo dimenticare la musica suonata e cantata nella notte passata nel deserto. La colonna sonora della piazza di Marrakech è senza dubbio la melodia suonata dagli incantatori di serpenti.
Colori, odori e suoni producono inevitabilmente emozioni, ma intense sono quelle che si provano passeggiando tra le rovine della città romana di Volubilis al tramonto, nel mischiarsi tra la folla e gli animali nel dedalo di viuzze del suk di Fes, e pensando a quanto è bello il mondo dalla cima della duna di Merzouga.

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Giordania Breve – Capodanno 2011-2012

(di Giorgio Cofini)

GiordaniaLa Giordania è una meta affascinante. In una posizione strategica nella Penisola Arabica, romani, greci, crociati, egiziani, assiri, nabatei e tutte le tribù arabe e beduine hanno sempre percorso questa piccola striscia di terra per lo sviluppo dei loro commerci.
Rispetto al resto del Medio Oriente la Giordania oggi rappresenta un’oasi di pace, forse perché priva di una delle risorse principali della zona, il petrolio; la prima fonte di reddito del paese è il turismo, dato che l’ottimo clima e la varietà di paesaggi permette di visitarla durante tutto l’anno. Con il mio gruppo abbiamo visitato la capitale Amman, per poi spostarci a Nord e visitare i resti delle antiche città romane di Gerash e Umm Qais, ottimamente conservate, con teatri e colonnati imponenti. Quindi, sempre da Amman, abbiamo visitato la zona del Mar Morto dove abbiamo “galleggiato” allegramente, i siti del Monte Nebo, dove si dice sia morto Mosè, e di Madaba, dove siamo entrati in contatto con l’artigianato locale dei mosaici.
Abbiamo visitato la splendida riserva naturalistica di Dana, che può vantare la presenza di più di 50 specie di animali e più di 200 uccelli, oltre a una flora molto varia; fare trekking tra le gole e i colori delle rocce è un’esperienza da non perdere. Giordania
Scendendo verso sud si visita l’affascinante deserto del Wadi Rum, dove Lawrence D’Arabia, guidando le tribù dei beduini, riuscì a liberare le loro terre dalla dominazione ottomana. Il Deserto è stato un momento magico nella breve vacanza che ci ha stupito tutti, per i colori, per il cielo stellato, per la cena nella classica sistemazione beduina; e infine, la perla della Giordania: l’ingresso nell’antica città di Petra, dove le antiche carovane erano costrette al passaggio e dove l’antica popolazione dei nabatei ci lasciò la sapienza dei loro artigiani che scolpirono nel vero senso della parola i loro templi e lo loro tombe nella roccia. La città con le sue meraviglie, è una scoperta continua; e la stupefacente vista del “Tesoro”, alla fine del Siq principale vale da sola l’intera visita della Giordania.

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Indonesia

(di Alfredo Tursi)

IndonesiaSe esiste sulla terra un posto dove il sacro si mescola virtuosamente con il profano, la natura con le tradizioni umane, questo e` l'Indonesia. Di ritorno da questo meraviglioso Paese mi stupisco, recuperando i ricordi, di come abbia visto e goduto di talmente tante esperienze e sensazioni da metterle in zone recondite della mia mente… poi d'improvviso una foto, una frase, un souvenir me le fanno tornare in mente ed esclamare:“ma ho visto anche questo!!!”.
E così la memoria mi si riapre e torno ai momenti vissuti in questo arcipelago di piu' di 17.000 isole tra l'Asia e l'Australia, durante i ventuno giorni che mi hanno visto loro ospite.
Ricordo quando una mattina ho tentato invano di raggiungere il nirvana al tempio di Borobodur sull'isola di Giava. Si dice che chi ascende tutti i piani di questo tempio, meravigliosamente decorati con bassorilievi, e tocca uno dei Buddha che all'ultimo piano sono posti all'interno di alcuni stupa, raggiunge il nirvana. Peccato che l'ultimo piano sia in restauro e che quindi abbia dovuto rinunciare al nirvana, resta comunque il ricordo…
IndonesiaRicordo il vulcano Kawa Ijien (nella sua caldera vi e` una cava di zolfo purissimo), dove i portatori percorrono salite e discese ripidissime con il loro carico sulfureo di quasi 90 chili sulle spalle. Giava e' isola di vulcani, quasi tutti attivi, pertanto non riesco a non pensare a quando, alle tre del mattino, infreddoliti nonostante la stagione, siamo saliti sulle pendici di un grande vulcano per scoprire, man mano che l'alba ci si manifestava, che ne conteneva all'interno altri quattro… e uno di questi quattro e' il famoso Bromo, del quale a breve avremmo salito le pendici per arrivare al cratere e farci investire dai suoi densi fumi sulfurei bianchi.
Ma l'arcipelago indonesiano non e' soltanto potenza vulcanica, ma anche e soprattutto misticismo popolare, a Bali come a Sulawesi, dove si partecipa a cerimonie funebri fastose e cruente come a semplici riti di offerta, perche' e' vero che questo e' il Paese musulmano piu' popoloso al mondo, ma qui le religioni sono tutte rappresentate, dal Buddhismo all'Animismo, e tutte tollerate… fondamentalisti permettendo.
IndonesiaInfine… la natura… il mare, con i fondali tra i più belli al mondo, l'acqua trasparente e la sabbia chiara… e gli animali, dalle specie normali a quelle inverosimili, come e' capitato di vedere noi a Komodo, dove l'uomo convive con l'animale che al mondo assomiglia maggiormente ai dinosauri, il drago di Komodo appunto, lucertolone di cinque e piu' metri dalla pelle squamata e le zampe tozze che non fanno pensare a un animale veloce come invece esso e'.
Un caleidoscopio di esperienze, quindi, e' stato il mio viaggio in Indonesia… certo uno solo non basta, ma e' almeno un inizio.
Buon viaggio.Indonesia

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Zanzibar Express

(di Gabriele Muzi)

ZanzibarUna nevicata i primi di febbraio è proprio quello che ci vuole per rimembrare quando, fino a qualche settimana fa, ero in posti oltre l’equatore: lì rispetto a qui c’è un’escursione termica di 30 gradi.
Eh già, perché Unguja, meglio nota come Zanzibar, riserva queste e ben altre sorprese.
Un gruppo piccolo, solo 5 perone in tutto, ma quante risate!
Isabella, la coordinatrice, accoglie Stefano e Gabriele a Fiumicino e poi si vola dritti per Il Cairo, dove ad attenderci ci sono Paolo e Luisa, che vengono da Malpensa. La notte in volo passa in fretta e già siamo in fase di atterraggio a osservare i tetti delle case di Dar Es Salam: trasferimento lampo al porto, dove il catamarano Zanzibar“Kilimangiaro 2” è pronto a puntare la prua verso l’isola delle spezie e dei chiodi di garofano.
L’impatto con il clima e le temperature all’inizio è a dir poco scioccante, soprattutto se si pensa che l’aria pressurizzata della Egypt Air era stile cella frigorifera, mentre subito fuori la fusoliera alle 6:00 del mattino già faceva 29 gradi!
I bungalows sulla spiaggia di Kendwa ci attendono per cullarci nelle notti che intervallano “dure e difficilissime” giornate di mare e relax all’escursione presso l’Atollo di Mnemba, tanto bello quanto irraggiungibile, ma perfetto paradiso di divers e snorkelers.
Durante il trasferimento per Jambiani una tappa obbligata è il Jozani National Park, in cui si cerca di raggiungere gruppi di primati a rischio di estinzione passando per un sentiero in mezzo alle magrovie: davvero stupefacente quanto Zanzibar sia rigogliosa e ricca di flora! Zanzibar
Per non parlare della mitica Laguna Blu, così simile a quella polinesiana, ma allo stesso tempo differente per l’incredibile fenomeno delle maree, che vede l’acqua del mare ritirarsi per chilometri a largo fino a risalire improvvisamente nel giro di pochi minuti.Zanzibar
Il tour delle spezie non può mancare per chi vuole apprezzare appieno i veri sapori di un’isola che fa dei colori e profumi il suo punto di forza: oltre a terminare con un pranzo luculliano, l’escursione è un’occasione imperdibile per entrare in contatto con la popolazione locale.
Stone Town: come poter descrivere un caleidoscopio di volti e sfaccettature così vario? Si passa dai vicoli stretti ed angusti del centro ai curati Giardini Fohrodhani, dal Palazzo delle Meraviglie alle case e locali dedicati a Freddy Mercury, dalle cene in piedi presso le bancarelle e griglierie del lungomare, all’aperitivo English Style dell’Africa House! Mezz’ora di mare separa il capoluogo isolano da Prison Island, una volta colonia penale, ora santuario delle testuggini giganti; ultimo sole e ultimi bagni nell’imperdibile lingua di sabbia ed ecco che ci si ritrova di nuovo a Il Cairo a scattarsi l’ultima foto, lì dove i due gates separati per Roma e Milano dividono un bel gruppetto, che da subito si è ben amalgamato e in cui ognuno ha trovato la giusta collocazione.

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Maranhao Brazil

(di Rosa Pignatelli)

Era la prima volta che andavo in Brasile e come primo viaggio in questa terra immensa ho scelto l’estremo nord est: il Maranhao dove la natura è dirompente ed emozionante. Forse è proprio questa infinita semplicità di sabbia, mare e calore delle persone che ha rapito tanti italiani convinti a lasciare il bel paese per questo Brasile…diverso dal Brasile del Sud, produttivo e industrializzato e in sorprendente sviluppo economico.
L’itinerario è noto come “ la rota das emocoes” o strada delle emozioni, attraversa la zona costiera di tre stati brasiliani:
- Maranhao con la splendida Ilha dos Lencois, l’esperienza di vivere da vivo un’avventura di Corto Maltese navigando con la chalena (barche tipiche locali) nell’oceano dalle acque intorbidite per l’effetto delle correnti di alta e bassa marea, e soprattutto con il Parco dei Lencois con le sue lagoas, dichiarato Patrimonio dell’Umanità, passando per le cittadine coloniali di Alcantara e Sao Luis.
- Piauì: con il delta del Parnaiba, tra i più ampi delta del mondo che finiscono direttamente in oceano,
- Cearà: con la sua turistica internazionale giovane Jeri, patria dei kite-surfers e wind surfers.
Cosa potete aspettarvi in questo viaggio? …..
…Spiagge infinite lambite dall’oceano, dune di sabbia bianca come lenzuoli stesi al sole modellate dal vento e alternate da laghi dalle acque cristalline,
placide navigazioni sulle chalene tra mangrovie, colorate dallo svolazzare di splendidi uccelli vermigli, attraversamento di fiumi su zattere che si spostano talvolta a motore, talvolta solo con l’uso di muscoli consumati dalla fatica e remi, alternanza di alte e basse maree ogni 12 ore che condiziona le navigazioni e detta i ritmi della giornata,
affascinanti città coloniali: Sao Luis, città brasiliana fondata dai francesi che, di notte, si accende di musica e balli per le stradine del centro storico e, Alcantara, isola protetta dell’Unesco, graziosa e curata, con una manciata di case d’epoca distribuite su un acciottolato in salita, che ricorda, sfumatamente, la più calda e viva Trinidad cubana…
e ancora il gusto autentico e piacere riscoperto per il palato delle grigliate di pesce e dei camarones accompagnati da aperitivi a suon di caipirinha e caipiroska, spiedini di formaggi cotti al momento, cocchi decapitati e infilzati con la cannuccia, i pranzi consumati sui tavolini piantati nelle acque del lago Paraiso,
il dolce camminare sul por-do -sol per vivere l’emozione di uno dei più suggestivi tramonti brasiliani per poi correre a piedi o praticare il sand board giù per la duna incipriata e morbida come borotalco, le esibizioni di capoeira ogni sera dopo il tramonto,
le rasserenanti dormite sull’amaca, accarezzati del suo amabile dondolio, il divertimento assicurato, quasi come se si tornasse bambini, dalle gite in dune buggies, camminate per sentieri in compagnia di tanti asinelli e cavalcate sulla spiaggia
lo sguardo perso sulle tante vele di surfisti e kite-surfisti che affollano le spiagge di Jeri, per lo più turisti che scappano dal rigore di tacchi alti e nodi alla gola,
….insomma questo e molto di più è la rota das emoçoes…in due parole il viaggio “Maranhao Brazil”!

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Okavango Botswana

(di Marco Del Giudice)

Sveglia presto – la prima di una lunga serie. Colazione al campo, poi rapidamente si smontano le tende, si carica il Defender e si parte per un lungo trasferimento verso Savuti – ma non vi preoccupate, in Africa non ci si annoia mai! Incontriamo infatti elefanti e giraffe, oltre ad un gruppo di locali con una jeep completamente insabbiata (e a quel punto che si fa?! si scende, si socializza e si spinge!). Arriviamo al campo di Savuti, bellissimo in un boschetto in riva ad una pozza dove la notte gli animali scendono per abbeverarsi, intorno alle 15. Smontiamo il Defender e montiamo il campo….ma Nelson si accorge che qualcosa di gravissimo (a suo parere) è accaduto durante il trasferimento: abbiamo perso il “cesso”!!! Sì, proprio lui, un grande secchio bucato che nessuno utilizzerà mai e che tutti chiameranno impietosamente “il cesso” per via del suo supposto scopo, un elemento di vitale importanza per la riuscita di un buon safari, dato che Nelson non ne vuole sapere di partire per il safari pomeridiano come da programma, ma preferisce imbarcarsi in una avventurosa ricerca del disperso (chissà dove, visto che abbiamo percorso circa 200 km su piste sconnesse). E così il gruppo rimane al camp di Savuti, e per ingannare il tempo ci consoliamo con un thè pomeridiano, accompagnato da biscottini very british, sulla riva della pozza. Passano tre ore, alcuni del gruppo già pensano di passare i prossimi 8 giorni nello stesso luogo e che “in fondo non si sta poi così male”; altri cominciano ad aggirarsi dando i primi segni di cedimento e chiedendosi se passerà mai qualcun altro da quel luogo sperduto, che ci possa portare in salvo. Allo scoccare della terza ora, sentiamo un lontano ruggito: non è un leone, bensì il Defender che torna indietro, portandosi Nelson…ma del “cesso” nessuna traccia! Poco male – penso io – lo abbiamo perso, e invece non solo non l’avremo perso a lungo, ma ci giocherà anche uno scherzetto da niente…
Partiamo finalmente per il safari, anche se ormai di tempo prima del tramonto ne rimane poco…..ed ecco che, dopo una mezzora in cui vediamo qualche giraffa e qualche impala, il Defender ritiene, in un attacco di gelosia visto che tutte le nostre attenzioni erano state rivolte al “cesso”, di dover eiettare un ammortizzatore. Scendo con Nelson (in mezzo alla savana), raccogliamo il pezzo e decido che, tutto sommato, dell’ammortizzatore poco ci importa: il safari può proseguire. Nemmeno il tempo di accendere il motore, premere sull’acceleratore, che un rumore forte di ferraglia ci fa capire che l’avventura è solo all’inizio (anzi, probabilmente, non è ancora iniziata). L’albero di trasmissione è spezzato. Tutti osserviamo un minuto di silenzio, dopodiché mi infilo sotto il Defender con Nelson e capiamo che la situazione non è risolvibile, ci vuole un albero di trasmissione di ricambio. Siamo in mezzo alla savana, da soli, con un tramonto che, seppur bellissimo, è comunque segno che tra qualche minuto sarà buio, con il Defender fuori uso, a 9 ore di strada dal meccanico più vicino…ma niente paura: anche se i cellulari sono isolati, abbiamo un satellitare! E fu così che scoprimmo che il satellitare in dotazione a Nelson non funzionava, e non avrebbe mai funzionato nemmeno in futuro… Altro minuto di silenzio, al termine del quale una compagna di viaggio scoppia in un pianto a dirotto, aiutandomi senz’altro a tranquillizzare il gruppo! Negli istanti successivi ho preso la decisione di smontare completamente l’albero di trasmissione e provare a tornare al campo. In un’ora, tra un sobbalzo e l’altro, torniamo alle tende e faccio scendere tutti: io e Nelson andremo a cercare un telefono agli uffici del parco, mentre il resto del gruppo accenderà il fuoco e non si allontanerà per nessun motivo.
Vagare al buio in Africa, in un parco nazionale, su piste a dir poco sconnesse, senza albero di trasmissione né ammortizzatore, è un’esperienza interessante: anche perché andavamo alla ricerca di un telefono, che avremmo dovuto trovare presso dei fantomatici uffici del parco, dislocati chissà in quale angolo di savana. Non può andare tutto storto…e così arriviamo agli uffici, convinciamo il guardiano ad aprirci e a farci usare il telefono (e non è stato facile), chiamiamo un meccanico di Maun: partendo subito, sarebbe arrivato alle 7 di mattina del giorno dopo con il pezzo di ricambio – perfetto!
Ed ecco il colpo di teatro…alla fine della telefonata, il guardiano ci dice di seguirlo…ci accompagna fuori, dietro gli uffici, verso un magazzino, apre la porta ed eccolo lì, davanti ai miei occhi allibiti…il “cesso”! Torniamo al camp doppiamente vincitori – abbiamo un meccanico che verrà a salvarci e, non da meno, abbiamo il “cesso”. Durante la notte, che scorre tranquilla nelle tende, sentiamo dei ruggiti lontani, a ricordarci che siamo in Africa e che non si può e non si deve scherzare con la Natura in quei luoghi.

L’alba di un nuovo giorno. A colazione, ci salutiamo compiaciuti per essere sopravvissuti stoicamente alla sorte avversa del giorno precedente: alcuni di noi (che ingenui) pensano di aver avuto talmente tante disgrazie in un solo giorno da considerarsi a posto per il resto della vacanza. E così aspettiamo fiduciosi l’arrivo del meccanico con l’albero di trasmissione, come un nuovo Messia: facendo un rapido conto, il nostro salvatore dovrebbe arrivare alle 7, ma si fanno le 7:30 (“vabbè Marco, diamogli un po’ di tempo, siamo in Africa” dice uno), poi le 8:00 (“Marco ma non doveva essere già arrivato?” dice un’altra), poi le 8:30 (“Oddio Marco, secondo me gli è successo qualcosa…” dice un’altra ancora). Alle 9:00, senza alcuna pressione da parte del gruppo, decido di partire con Nelson e il Defender ancora fuori uso alla ricerca del meccanico…ma dove cercarlo in una savana sconfinata e senza punti di riferimento? Dopo aver vagato una mezzoretta incontriamo un altro Defender, decisamente più in forma del nostro, che ci comunica che ha visto passare un mezzo una decina di minuti prima, in direzione Nord. Ci mettiamo appostati in un punto da cui sicuramente, secondo Nelson, il meccanico sarebbe passato prima o poi: trascorrono 10 minuti in cui quel “prima o poi” mi rimbomba interminabilmente nella testa, ma alla fine intravvediamo una sagoma all’orizzonte. Recuperiamo il meccanico, che ci confessa di essersi perso, e lo portiamo al camp: il popolo lo accoglie da eroe. In meno di un’ora, l’albero di trasmissione è sostituito…possiamo finalmente partire sgommando per il nostro primo vero safari! Siamo felici quando avvistiamo due leopardi, una madre con un cucciolo, e il sorriso rimane anche quando sentiamo un “boing” secco provenire da sotto il Defender, tant’è che scendo, mi accorgo che abbiamo depositato la coppa del differenziale sulla pista, qualche metro prima; lo comunico agli altri…
Tutti scoppiano in una risata, ma sento che non si tratta di una risata isterica. Capisco che si sta formando un gruppo speciale, affiatato e pronto a tutto. Un gruppo non di partecipanti, non di viaggiatori, non di compagni di avventura, ma di amici.

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Rajasthan

(di Patrizia Crisolini Malatesta)

Sono appena tornata a casa da un viaggio di 18 giorni in Rajasthan; sono un pò triste, all’aereoporto quando con il gruppo ci siamo salutati avevamo tutti gli occhi lucidi.
Decido di scaricare le foto sul mio lap top mentre mi preparo un caffè.
Il caffè è pronto e le foto sono tutte scaricate: mi metto a guardarle e un’ondata di emozioni mi assale, sembra già passato così tanto tempo dal nostro arrivo a New Delhi quando a Massimo non è arrivata la valigia e abbiamo dovuto fare la denuncia all’ufficio bagagli, ma che efficienza! e quanddo ho fatto presente che Massimo avrebbe dovuto affrontare delle spese per acquistare generi di prima necessità e almeno un cambio gli hanno immediatamente dato delle Rupie, equivalenti a 50 euro. Vado avanti a scorrere le foto: la scimmia che mangia le banane, che ridere....e mi sembra di essere di nuovo a Vrindavan, io sto già salendo sul pulmino quando sento Marco che grida “Patty, la nostra frutta”, mi giro e lo vedo lì in piedi sul marciapiede, attonito, con la busta dove prima erano banane e mele rotta e alcune scimmie che corrono via con il nostro pranzo.....e l’alba ai Ghat di Pushkar, il misticismo che si respira intorno al lago sacro, la religiosità di questi indiani hinduisti che a poco a poco arrivano ai ghat a fare le abluzioni e a pregare, ma anche a giocare, forse è per questo che sono sempre gioiosi e sorridenti, non hanno perso la gioia della condivisione dello stare insieme.
E poi tutte le altre foto, noi che a turno siamo saliti sulla torre della Gloria, noi nella piscina di uno degli splendidi alberghi dove abbiamo dormito, noi invitati alla festa di un matrimonio, la festa per il compleanno di Alice....e le foto di quello che abbiamo visto: il Taj Mahal, il forte di Agra, Jaipur, Pushkar, Udaipur, Ghenerao, Mount Abu, Jodhpur, Jaisalmer, Bikaner e infine la splendida Fatehpur, nel Rajasthan settentrionale, nella regione dello Shekhawati, famosa per le sue haveli affrescate e Mandawa, con il suo bellissimo castello luogo ideale per trascorrere l’ultimio giorno nella “Terra dei Re”.Ogni città è unica.....non si può fare una classifica della bellezza di quello che vedi; la magnificienza del patrimonio architettonico del Rajasthan è veramente notevole: qui si trova ogni genere di edificio: dai templi alle moschee, dalle residenze nobiliari ai mausolei, e che dire dei fiabeschi palazzi e delle fortezze eretti da rajput (che affermarono il loro potere in Rajasthan tra il 500 e il 600 d. C.)e dai Moghul (1526 -1707)?
Il mio caffè si è raffredato, ma non importa,il mio cuore è caldo dei ricordi di questo splendido viaggio e della conoscenza dei miei nuovi amici, compagni di viaggio.

Dedicato a chi c’era.

 

 

 

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Gabon

(di Valentina De Petrillo)

Sono anni che penso ad un viaggio in Gabon, soprattutto dopo essermi documentata attraverso l’avventura di Mike Fay, reporter del National Geographic che ha realizzato l’ormai leggendario viaggio chiamato Megatransect attraverso la foresta equatoriale africana. Ed eccomi ad averlo a mia portata. Come un fulmine mi folgora. Incontro un innamorato pazzo quanto me di quest’Africa estrema che sta organizzando il viaggio che tanto sognavo facendo un percorso molto interessante e nuovo, “una prima”, in un luogo quantomai impervio e difficile ma di una bellezza che si confermerà a posteriori disarmante.
Faccio le mie ricerche in libreria, emeroteca e soprattutto in rete; cerco e ricerco ma non esistono guide, se non una scarna guida in francese che ha pochissima utilità per un viaggio strutturato come l’abbiamo pensato. Quello che bisogna sapere del Gabon non lo si legge da nessuna parte, lo si scopre in prima persona sulla propria pelle.
Una piccola popolazione per un territorio di poco più grande dell’Italia che offre abbondanti risorse naturali come petrolio, legname, oro e diamanti e altre materie prime che grazie ad ingenti investimenti stranieri hanno aiutato a rendere il Gabon una delle nazioni più prospere e stabili politicamente della regione e del continente nero.
Il turismo è qualcosa di sconosciuto e a dirla tutta di non gradito. Il governo non vuole in nessun modo investire sul turismo. I turisti sono esigenti, fanno domande, vagano per un paese dove le strade servono per il trasporto delle merci e non delle persone, vogliono comodità che il paese non vuole e non è in grado di offrire.
Una spettacolare foresta equatoriale domina per l’85% un territorio nel quale abitano tra i 50 e 70 mila scimpanzé – la maggior parte della popolazione mondiale – circa 45 mila gorilla di pianura e 60 mila elefanti di foresta. Incontaminate foreste dove solo il 12% è formato da parchi lasciati per lo più a loro stessi, lagune salmastre, radure, fiumi e plateau.
I gabonesi invece sono molto diffidenti e schivi. L’assoluta desuetudine al turista porta loro a pensare che qualsiasi blanche sia un colonialista francese venuto a toglierle qualcosa, a sfruttare e maltrattare.
Purtroppo abbiamo effettuato il viaggio senza bagagli, senza tende e materassini per cui il viaggio è stato riorganizzato in corso d’opera. Le statistiche lo indicano come il settimo paese più caro al mondo quindi abbiamo scelto delle sistemazioni che fossero conformi alla nostra filosofia di viaggio e ci siamo affidati alle missioni cristiane sparse per il paese. Non sempre abbiamo avuto l’esperienza degli “uomini di Dio” col cuore gonfio d’amore caritatevole ma anche questo fa parte del Gabon.
Tra le esperienze più toccanti ci sono indubbiamente i giorni vissuti in foresta, dove immersi in un ambiente all’apparenza impenetrabile e incontaminato siamo stati in simbiosi completa con la natura. Le diverse guide ci hanno insegnato che se rispetti la natura da essa non hai nulla da temere. Ci hanno insegnato a camminare in silenzio per non spaventare gli animali e ad attivare ognuno dei nostri sensi per capire il valore immenso di ciò che ci circondava. L’olfatto per carpire nell’aria gli odori più o meno acri dei felini o dei primati; la vista per scovare tra le fitte foglie la moltitudine di uccelli e scoiattoli volanti che questo habitat offre; il tatto che permette di toccare la terra, le cortecce degli alberi e l’acqua dei ruscelli; il gusto per assaporare anche quanto la foresta ha da offrire come la liana dell’acqua che ci ha dissetati in più di un’occasione. Imparare a riconoscere le tracce degli animali attraverso i frutti mangiati, le impronte, gli odori, gli escrementi, gli spostamenti. Scoviamo tra le fronde elefanti, potamoceri, un pitone di due metri e mezzo, scimpanzé e mandrilli e altri primati, bufali e sitatunga.

Navigare i corsi d’acqua con la piroga è come compiere un viaggio indietro nel tempo, agli albori del mondo, quando la vegetazione spadroneggiava sulla terra e i grandi alberi erano sovrani. Corsi d'acqua vuoti il cui silenzio assoluto era rotto solo dai richiami degli animali e dai nostri sussurri.

La ricchezza di questo viaggio è un caleidoscopio di sensazioni ed emozioni che hanno marchiato a fuoco nel mio cuore sempre più profondamente il mio amore per l’Africa.


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Farwest discovery

(di Rosa Pignatelli)

È uno splendido viaggio alla scoperta di posti visti e rivisti nei classici film americani (dal Miglio verde nel carcere di Alcatraz alle cavalcate di John Wayne nella Monument Valley e quelli di Sergio Leone) ma con un fascino intramontabile. Spazi aperti ed enormi in cui perdersi, cieli blu, parchi l’uno diverso dall’altro e due città spettacolari: Las Vegas, un giocattolo pericoloso per i “disperati” che si colora di notte e San Francisco, terra di libertà, un po’ europea un po’ americana. È un viaggio vario e molto itinerante: quasi ogni giorno si visita un parco diverso passando dai 10° ai 52°. Si attraversano 5 Stati diversi (con continui aggiustamenti dell’orologio dato il diverso fuso orario). Si passa dalle montagne rocciose, rosse e desertiche, alla desolazione dal caldo infernale della Death Valley, ai giochi di luce dell’Antilope Canyon, al paesaggio alpino dello Zion, alle cascate dello Yosemite in cui si possono avvistare orsi, alle foreste di Sequoia più famose al mondo, con una puntatina sulla costa californiana dove nonostante il freddo e la nebbia non mancano surfisti, barche a vela e chi pratica jogging."

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le nuvole - Racconto di viaggio in Kenya

(di Lorella Catuzzi)

Il mio Kenya non è solo un ricordo, quello che nasce e si colora con le foto e le parole, è una forte nostalgia e tornerei in Kenya anche subito. Là, dove il cielo è più vicino, le stelle più luminose, le nuvole sospese, gli infiniti silenzi e la natura selvaggia baciata dai tramonti color arancio. I sorrisi e la dilatazione dei tempi e degli spazi estranianti ma accoglienti. Il tempo rallenta e il cuore cammina... Il mal d’Africa non è una malattia ma la consapevolezza che il nostro cuore è tornato a casa.
Mi chiedo cosa ci spinge a viaggiare. Forse per superare quella sensazione di nudità che si avverte quando ti spogli del superfluo e ti avvicini fino ad accogliere l’altro in te stesso. Partiamo vuoti, vuoti anche di noi stessi, di ciò che di noi vogliamo cambiare perché il viaggio ci aiuterà a farlo.
Il mio Kenya è una giostra di colori, sapori, sorrisi, è una calma dinamica, un presente perpetuo; è il ritmo africano che ti contagia fino a chiederti, ma perché prima correvo? Il mio Kenya l’ho scoperto con la volontà di abbandonarmi a riti ancestrali, spogliandomi di retaggi troppo moderni e ritornando nell’embrione del mondo.
Il mio Kenya l’ho scoperto oggi e lo porterò nel cuore per sempre e sarà per me da monito quando dovrò rinunciare a qualcosa nel mio sfavillate mondo progredito. Quando il mio primo impulso sarà quello di arrabbiarmi, scaccerò la rabbia e sfodererò un raggiante sorriso ripensando ai sorrisi che mi sono stati regalati da chi non ha nulla, rifuggirò dalla frenesia pressante ripetendo mentalmente “pole pole” e “hakuna matata” per apprezzare più pienamente quello che oggi accade, non sarò più parca di abbracci e affettuosità risentendo il calore degli abbracci così generosamente donati, saluterò l’alba del nuovo giorno cantando Jambo Bwana.

Il Kenya che voglio raccontare è visto attraverso gli occhi di una giovane donna dagli occhi celesti e un sorriso innocente. Inizia il viaggio con la ingenuità e curiosità di una bambina e la determinazione di un’ avventuriera.
“Parto dall’Italia con la mia valigia carica più che di vestiti di tanti medicinali, cibo italiano, utensili, limette per unghie e il mio foulard. Dovremmo passare diverse notti in tenda, la notte prima non ho chiuso occhio al solo pensiero. Però sento una forza che mi attrae e mi fa pronunciare quasi involontariamente, Safari.
Il mio gruppo è composto da 16 persone che conoscerò in terra africana. Mi soffermo a guardarli e in ognuno di loro scorgo una parte che ho in me stessa. Neanche un giorno e già siamo tutti amici, felici e benevoli verso quest’avventura. Dormiamo poche ore a Nairobi in un Hotel piuttosto pittoresco soprattutto per i servizi. Di prima mattina ci accolgono, con uno splendente e sincero sorriso, i nostri autisti e un bus sgangherato color havana. Quei sorrisi tanto spontanei mi hanno infuso un’immediata serenità e fiducia tanto da scoprirmi sorridente inconsapevolmente. Ci ripete sawa sawa? (Bene, bene). Rispondiamo “certo!”. Ma ripete sawa sawa insistendo e in coro “sawa sawa”. L’orgoglio linguistico è una virtù e lo apprezzo.
Nairobi è una città vivace che non deve essere scambiata per confusione, ognuno ha il proprio spazio. Pole Pole mi ripete il nostro autista, ovvero piano piano. Iniziamo già con le lezioni di swahili che incalzeranno per tutto il viaggio tra un misto di curiosità e spaesamento.
Partiamo alla volta di Namanga ai confini con la Tanzania per avvicinarci ad una delle riserve più visitate l’Amboseli National Park.
Prima notte in tenda…è divertente montare ognuno la propria tenda e comporre un accampamento variopinto ciò mi suggerisce che il campeggio non sarà poi così tremendo. Cuciniamo tutti insieme le provviste portate dall’Italia.
Primo giorno di Safari. Inizia sotto un cielo plumbeo, gran freddo e tanta polvere. Mi copro con il mio foulard per non sporcare i capelli e ripararmi la bocca. Appena entrati ecco scorgere degli animali. Riconosco zebre, elefanti e giraffe. Ma quanto sono alte! Ci sono antilopi, gazzelle, gerenuk, dik-dik, gnu, ma quante razze, sono quasi disorientata. Mi protendo verso l’esterno dal tettuccio del bus per cercare l’inquadratura migliore. Saluto le giraffe che, piegando l’orecchio, sembra che ricambino il saluto tra una brucata e l’altra. Alzo gli occhi per un attimo e qualcosa cattura i miei occhi: nuvole, nuvole tridimensionali, nuvole immense e rotonde. Il cielo sembra disegnato da acquarelli e in mezzo a quel disegno ci sono io. Dopo una serie di sussulti mi accorgo che il mio foulard svolazza e con disinvoltura lo ripongo sul sedile. La terra, il sole, che fa capolino tra le nuvole, non mi danno fastidio. In lontananza si intravede un groviglio di bus e jeep, ci avviciniamo e notiamo una iena. Non è possibile tutto questo casino per una iena! Infatti l’assembramento è per dei leoni che però si vedono in lontananza. Con il binocolo cerco di scorgerli, provo e riprovo e li centro. Una leonessa dagli occhi color ambra che guarda verso di me. All’improvviso mi sento una preda, come se potesse assalirmi in un momento, ma dura un attimo essendo protetta nel mio bus.
Notte in campeggio a raccontarci dell’esperienza fantastica vissuta e siamo solo al secondo giorno. Chissà quante ne vedremo. Il gruppo è molto coeso sebbene viaggiamo in tre minibus. Ci rincorriamo per le piste e facciamo a gara per vedere chi avvista più animali da vicino. Gli sfottò rallegrano le fredde serate intiepidite da un tenue fuoco. Anche questa notte si campeggia su di un pezzo di terra polverosa. E pensare che all’arrivo al campeggio, in cui un’imponente acacia trionfava, il mio primo ingenuo pensiero è stato: “Meno male, così posso fare una bella foto!”. Ma quando gli autisti scendono e cominciano a scaricare i nostri bagagli capisco che quel fazzoletto polveroso di savana in mezzo al nulla sarà il nostro campeggio. I servizi non ispirano all’igiene personale e quasi tutti decidono di non usufruirne. Notte passata insonne per via di sinistri rumori che giustifichiamo a noi stessi dicendo: “E’ solo il vento!” Ma chissà chi ci ha creduto davvero. Ci svegliamo all’alba per iniziare un nuovo Game Drive. Il sole sta nascendo e ammiriamo l’alba che tinge di color rosa arancio il panorama intorno. Ed ecco che in un attimo il sole è già sopra l’orizzonte. Eh bè siamo sull’equatore. Ancora tante varietà di specie, felini, volatili, mammiferi. Ed ogni avvistamento è un sussulto. Sembro una bambina nel parco giochi ed è buffo scoprire che lo stesso sentimento è uguale per tutti. Lasciamo l’Amboseli con il carico di foto e di emozioni e ci dirigiamo verso il Samburu N.P. Lungo la strada incontriamo paesaggi lussureggianti, bambini festosi che ci salutano allegramente. I raggi del sole che filtrano dai finestrini infondono un dolce calore che culla il corpo intorpidendolo; gli occhi si socchiudono e il petto si gonfia di animosi sospiri. Un senso di benessere mi pervade, ma sgrano gli occhi improvvisamente: voglio imprimere nella mia memoria ogni cosa. Ogni singolo movimento di oggetti, animali e persone. Voglio assaporare ogni attimo.
Il Samburu si presenta a noi intimo, selvaggio, tutto nostro. Gli alberi di acacia disegnano un paesaggio incontaminato e selvatico. Il nostro bus scorazza agilmente lungo le piste del parco strattonandomi continuamente come a ricordarmi che tutto questo non è un sogno. I miei occhi sono talmente ricettivi che ormai la polvere non è più un disturbo, il mio sguardo è sempre proiettato all’orizzonte, lentamente mi giro e un tuffo al cuore mi fa spalancare la bocca. Un branco di leonesse proprio ad un palmo dal naso. Fisso quegli occhi che mi scrutano, sembrano degli enormi gatti, non fanno paura. Abbasso lo sguardo e noto la possentezza degli arti. Una zampata potrebbe distruggermi. Mi capita spesso di trovarmi in bilico tra il reale e l’immaginazione. Un’unione di mondi possibili non empiricamente mostrabili. Anche questa è Africa, anche questo è il safari. Il silenzio è l’unico assordante rumore udibile. Un silenzio profondo, per noi innaturale, spezzato da qualche necessaria battuta, come se non fossimo abituati a convivere con il silenzio. Eppure il silenzio parla, descrive, culla. E nel momento in cui avverto questa sensazione di profondo misticismo primordiale siamo di nuovo pronti a partire. La nostra cellula moderna non può soggiogarsi al ritmo tribale del lentamente scorre.
Stasera siamo in un campeggio ben attrezzato, molto confortevole. Tra noi erba secca gialla e alberi di acacia. Cammino su un sentiero dritto e polveroso, pochi passi e devo ordinare alle gambe di fermarsi, non è sicuro allontanarsi, così i rangers hanno sentenziato. Ma stranamente non avverto alcun senso di pericolo ma solo una profonda pace e un benessere diffuso. Baciata dagli ultimi raggi del giorno, mi perdo nella magia di un tramonto che è al tempo stesso infinito e veloce. E’ già buio ed è ora di preparare la cena. La nostra cara pasta ci aspetta. Tra chiacchiere e aneddoti divertenti le stelle bussano prepotentemente e inaspettatamente scopro che il cielo d’Africa non è solo il giorno brillante e lussuoso ma uno stuolo di punti luminosi che emergono su di una coperta nera e una splendente scia luminosa: la via lattea. Quando ho guardato in alto ho visto uno spettacolo e ho pensato che doveva essere quel cielo che Dante aveva immaginato uscendo dall’Inferno. Doveva essere quella magia e doveva aver provato la stessa sensazione che provavo io in quel momento: un’immensità tranquillizzante e calma che infondeva serenità e pace, che fa respirare a pieni polmoni come la prima volta. “E quindi uscimmo a riveder le stelle”.
Di buona lena ci alziamo dai nostri giacigli e ripartiamo alla volta di un villaggio tipico. Appena fuori dal cancello una schiera di donne ci accoglie intonando la canzone di benvenuto. Benvenuti ad Umoja. La nostra guida è una bellissima ed elegantissima donna che con fare pacato ci illustra la sua città delle donne. La particolarità di questo villaggio è che ci vivono solo donne con bambini piccoli, fuggite da mariti troppo violenti e animate dalla ricerca di pace, serenità e giustizia che pare abbiano effettivamente trovato. Passeggio tra le polverose viuzze e case di quel villaggio trasportata da una profonda ammirazione per un coraggio razionalmente scontato ma straordinariamente attuato. I bambini di Umoja sono i bambini delle strade che giornalmente incontriamo, sorridenti con la bocca e con gli occhi. Poveramente vestiti e magri nei fisici non sembrano mostrare patimento ma solo una luce che irradia i loro tondi occhi color pece. E’ ora di andare, mi volto un’ultima volta.
I nostri game drive continuano incessanti ed ognuno è fonte di nuove scoperte, fenicotteri rosa abitanti di laghi salati e caldi, rapaci, ippopotami e coccodrilli, rinoceronti, leoni e leonesse con cucciolate, struzzi, manguste.
Qualcuno mi ricorda che c’è ancora un animale tanto raro quanto straordinario da vedere, il leopardo. In cuor mio spero di poterlo vedere ma se così non fosse sono già talmente paga di emozioni che non la vivrei come mancanza. Oltretutto abbiamo dormito con gli ippopotami e i coccodrilli, un’esperienza forte e intensa che mi ha fatto tremare di paura. Quella paura che è istinto di conservazione, irrazionale ma umana. E proprio mentre scatto le mie foto impressionata dal “passaggio degli gnu” che innumerevoli dal Serengeti si spostano verso la Riserva del Masai Mara, uno scatto repentino del bus ci proietta vicino un albero isolato in mezzo alla savana. “Look there”, fa il nostro autista. Non vedo nulla, ma, ma, ma quelle sono zampe? Zamponi maculati. E’ un giovane leopardo in siesta. Ti prego “leo” volta il musetto, micione bello dai! Girati orsù. Niente da fare, non collabora. Provo un senso di delusione, quasi frustrazione. Mi guardo intorno e vedo orde di bus con bazooka giapponesi mirati. Mi sento accerchiata. Ripenso alla solitudine del Samburu e la rimpiango. Mi volto nuovamente verso il leopardo e compassionevolmente gli lancio l’ultimo sguardo e mi siedo. Il mio safari è finito e l’ultimo ricordo non voglio che sia così, un animale accerchiato e bersagliato come in uno zoo. Rivivo mentalmente gli attimi più struggenti. Il mio Kenya è stato altro. Quando alzo gli occhi siamo già ripartiti e ritrovo le mie nuvole tonde appese al cielo, la savana color oro, i raggi che filtrano prepotenti, gli uccelli che ci rincorrono, gli animali che ci attraversano la strada salutandoci con le orecchie. Eccolo il mio Kenya. E mi scopro a sorridere beata.
In campeggio passiamo l’ultima sera. La nostra avventura è volta al termine. Nella giara dei miei ricordi conserverò con forza e ardore ogni emozione provata, ogni sguardo incrociato, ogni sorriso ricevuto, ogni odore sentito ed ogni rumore udito.
Sento che il mio viaggio non si è concluso. Il Kenya non l’ho mai abbandonato, è rimasto con me. Quell’aereo che decollava trasportava solo il mio corpo, il mio cuore è rimasto lì, a giocare con i bambini orfani della missione di S. Martin. Quei bambini figli di un’Africa dalle mille contraddizioni ma così generosa, un’Africa così maestosa e regale nello spirito ma non nelle vesti, un’Africa selvaggia e addomesticata all’occorrenza.
Non so se rimpiango qualcosa, forse nulla o forse tutto. Ma stranamente il mio viaggio non mi ha lasciato un senso di incompletezza, mi ha dato tutto ciò che gli ho chiesto e se avessi chiesto di più l’avrei ricevuto. Ora capisco coloro che nel viaggio vedono una crescita ed io ho imparto a crescere, ad essere prima di tutto un viaggiatore e non un turista. Ho imparato ad accogliere l’altro in me stesso e a donarmi all’altro.
Sono partita carica di alimenti e vestiti, in realtà ero vuota e il mio Kenya mi ha riempito”

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AlaskaAlaska

(di Michaela Paulicelli)

Il viaggio appena terminato in Alaska, “nella terra estrema”,è stato straordinario. Oggi di ciò che ho vissuto rimangono i ricordi che tra qualche tempo, renderanno anche quest’altra avventura unica e indimenticabile. Partendo da Anchorage, abbiamo toccato i maggiori centri d’interesse dello Stato. Denali, Mc Carthy, Seward, Homer, il Parco del Katmai.
“Forget me, not Alaska”, è questa la frase che si legge ovunque nel paese. Non a caso, la letteratura abbonda di storie che raccontano di questa terra, che pur facendo parte di una delle maggiori potenze del mondo, di occidentale ha davvero molto poco. Quando ancora non conoscevo l’Alaska, pensavo che l’esistenza di molta gente, che in passato ha messo in pericolo la propria vita sfidando la natura, a volte pericolosa, fosse una pazzia. Oggi,che ho visitato una parte di questo paese, e ho vissuto delle grandi emozioni, posso dire che è talmente forte il contatto che si ha con gli animali, la vegetazione, le foreste, i fiumi ,i laghi, che calarsi in una realtà fatta di cose semplici, essenziali, diventa naturale.
È la natura che fa da padrona in questa terra. Percorri per lunghi tratti strade, che sembrano non avere una direzione, ma solo infiniti spazi. Ci si ferma a guardare il cielo e si ha la sensazione che oltreAlaska il tuo sguardo ci sia solo l’infinito, e sei incredulo quando i tuoi occhi, incrociano lo sguardo di un orsetto grizzly che gioca coccolandosi e stropicciandosi gli occhi. Per non parlare poi di cosa vuol dire trovarsi davanti alla maestosità di un ghiacciaio.
Un viaggio davvero affascinante, in una terra che è un turbine di emozioni e nel raccontarla, non riesci a non parlare delle sensazioni che hai vissuto, e di quanto sia importante condividerle e viverle con gli altri.

 

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alaska

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Mexico Discovery - Una parentesi caraibica…

(di Francesca Braghetta)

Penultima notte in Guatemala, alle spalle già 12 giorni di viaggio attraverso il Messico, il Chiapas e le bellezze Mexicoguatemalteche, ma con la mente già sognamo il mar dei caraibi... ‘E se domani dopo il sito andassimo direttamente in Belize?’ se ne esce Federico – ‘Il confine è a sole 2 ore...’.
In effetti si potrebbe fare ma bisogna visitare il sito di Tikal all’alba e dedicargli non più di 3 ore... Si leva un coro di: ‘Sììì! Sììì!’, ma Laura non è d’accordo: ‘Tre ore sono poche! Non voglio fare sempre le corse!!!’ - sbraita.
Sul pulmino s’infiamma una discussione, fortunatamente Juan, l’autista si ferma a fare benzina. Usciamo tutti a fumare, e a calmarci. Ripartiamo. Gli animi si sono pacati e la crisi rientra: dopo tutto – riflettiamo - più di tre ore in un sito non siamo mai stati... e sono tutti d’accordo nel rischiarcela fino in Belize. ‘Vi avverto che rischiamo di non fare in tempo a prendere l’ultima lancia da Belize City per l’isola e dover dormire lì, oppure arrivando a Cayo Caulker senza prenotazione, potremo non trovare alloggio e dover dormire sulla spiaggia…’. Si leva un altro coro di ‘Spiaggia! Spiaggia! Sì, Sì, Sì!’. Questo gruppo ha ormai l’anima del Discovery: pronti a tutto!
Poi alla fine, come succede quando c’è volontà ed entusiasmo, tutto filerà liscio. Sveglia presto, siamo a Tikal poco dopo l’alba e dalla piramide maggiore osserviamo la bruma sulla foresta diradarsi sopra al sito e scoprire le cime delle altre piramidi.
Con in mano una fetta di pane e Nutella e l’orecchio teso a sentire le scimmie urlatrici, ci godiamo questo spettacolo.
Visitiamo tutto quello che resta accessibile: recentemente la caduta di un turista maldestro ha costretto l’amministrazione a chiudere le scale di accesso ad alcune piramidi e, Discovery o meno, ci tocca fare molte foto dal basso… In compenso nel folto della vegetazione riusciamo ad avvistare due scimmie urlatrici saltare da un albero all’altro. Alle 10.30 siamo già sul pulmino e salutiamo i torpedoni che arrivano adesso, carichi di turismo di massa.
Facciamo scorta di biscotti, patatine e acqua per il viaggio, e via verso i Carabi!

Attraversiamo il confine del Guatemala con il Belize e siamo in un altro mondo, con un’altra lingua e altre razze: inizia un nuovo viaggio. Non siamo più in America Centrale, qui assomiglia più alla Ja-mai-ca!
La ‘scommessa’ è vinta, arriviamo a Belize City in tempo per l’ultima lancia e alle 17.30 sbarchiamo a sull’isola. Una scritta alla fine del molo ci dà il benvenuto: Cayo Caulker, GO SLOW. Ci leviamo le scarpe e tastiamo la sabbia bianca dei Carabi. A Luglio la stagione non è ancora iniziata e molti hotel hanno l’insegna VACANCIES, troviamo subito il posto che fa per noi: comodo, pulito ed economico!
In breve siamo seduti a tavola, con una nuova marca di birra in mano (Belikin) e un’aragosta alla griglia aperta sul piatto, a chiederci increduli: ‘Ma come siamo arrivati fin qui? …dov’é che eravamo ieri???’.

La parentesi Beliziana è fatta di musica, relax, infradito e ore passate allo Split dove l’uragano Herriet nel ’71 tranciò l’isola in due lasciando in mezzo una lingua di mare color smeraldo e un chiosco che offre piatti di pesce e birra gelata tutto il giorno. Sull’isola il sottofondo di musica reggae è costante e l’unico rumore che si sente oltre al vento tra le fronde di palma e quello dei caddy elettrici che trasportano i pochi turisti dal molo ai ristoranti alle guest house.Mexico

La mattina seguente il mare è increspato e c’è vento, e il barcone che abbiamo prenotato per l’escursione sembra aver bisogno di un po’ di manutenzione. Saliamo timorosi ma la barca è robusta, veleggia silenziosa e sicura e torneremo dall’escursione entusiasti, abbronzati e…brilli. La grande vela ci fa arrivare velocemente alla prima tappa: Shark Ray Alley ed Henry, il socio di Steve, ci guida in acqua e ci fa accarezzare squali, mante, cernie, stelle marine…e tutto quello che si muove!
Arriviamo alla riserva marina dove ci sono tartarughe, pesci tropicali, murene e barracuda. Marco, che viene dalla Romagna, è sopraffatto dalla fauna marina e stenta a tuffarsi nel tumulto dei pesci accorsi attorno alla barca. A bordo c’è musica reggaemuffin a tutto volume e bicchieri di rum-punch*, poi panini, tacos e guacamole di chevice** appena pescato. ‘Questa sì che è vita!!!’ gridano tutti. ‘Sarà uno dei ricordi piu' belli’ - penso. Ma ce ne aspettano molti ancora...
Lasciamo il Belize e rientriamo in Messico, sbarcando direttamente nello Yucatàn anzi, nello Yenkee-tan: il turismo di massa americano qui ha fatto miracoli portando conforts occidentali ma anche rovinando la cultura e il paesaggio. Noi non ci lasciamo abbindolare dalle luci dei fastfood e proseguiremo la nostra vacanza con lo spirito curioso con cui l’abbiamo iniziata…

* cocktail a base di rum e succo d’arancia
**frutti di mare

 

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Belize

(di Patrizia Crisolini Malatesta)

BelizeIl Belize è un paese piccolissimo e sorprendente.Belize
Non è solo il paese dove nel 1986 è stato girato il film “Mosquito coast” di Peter Weir o il paese a un cui isolotto, Ambergrise Caye, Madonna ha dedicato la canzone “La isla bonita”. Poco conosciuto dal turismo di massa è una delle zone meno abitate del Centramerica.
E’ uno degli stati che presentano la più elevata biodiversità sia per quanto riguarda le specie terrestri, sia per quelle acquatiche. La barriera corallina che si estende lungo la costa del paese è la seconda più grande del mondo dopo la Grande Barriera australiana ed è riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità n virtù della sua biodiversità.
Il Belize è la vacanza avventurosa per antonomasia, canoa lungo i fiumi, passeggiate a cavallo, jeep in mezzo alla giungla, ma è anche cultura, il Belize è riconosciuto come il centro del mondo antico Maya, fu qui infatti, nella "pianura centrale" del Belize occidentale e il Petén guatemalteco che gli antichi Maya fiorirono durante il periodo classico 300-900 dC., ed è anche relax e snorkeling, è davvero un tuffo nel blue in uno dei numerosi Cayo lungo la costa del Paese.
E dopo aver visitato la variopinta ex capitale, Belize City e la Community Babbon Sanctuary, , riserva di 52 kmq voluta dai locali proprietari terrieri per tutelare la scimmia urlatrice nera, e alcuni dei più famosi siti archeologici del Paese, Lamanai e Xunantuninch ecco il meritato riposo in uno dei più bei mari del nostro Pianeta: il Mar dei Caraibi. Ci siamo fermati a Cayo Caulker dove l’atmosfera è molto rilassante. Provare per credere!
E’ fantastico stare seduti nelle panche che hanno messo in acqua in quello che è chiamato lo “split”, sorseggiare un drink e chiacchere con i compagni di avventura dello snorkeling fatto la mattina che ci ha permesso di vedere Lamantini, tartarughe marine, e nuotare con lo squalo nutrice.
Ed è piacevole anche scambiare due chiacchiere con i tanti giovani americani che vengono in vacanza nell’isola e parlando con loro del.le differenze/affinità dei nostri Paesi di oigine.
Vi assicuro che quella in Belize è stato uno deli miei viaggi più belli

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BelizeBelize

 

 

Sudafrica e Mozambico

(di Patrizia Crisolini Malatesta)

SudafricaSudafricaQuando ho scelto questo viaggio, incentrato sulla visita del parco Kruger in Sud Africa e delle spiagge della parte sud del Mozambico, è stato principalmente per visitare il Parco Kruger, di cui molto avevo letto, e ho fatto la scelta giusta, in quanto il Parco Kruger è veramente emozionante: come non nel vedere gli animali nel loro ambiente naturale: giraffe, elefanti, zebbre, impala etc; e in più abbiamo avuto la fortuna di essere in una stagione in cui le mamme erano con i loro cuccioli. Vi immaginate una giraffa piccola quanto è graziosa? e un piccolo elefante vicino alla sua Mamma? Vedere gli animali nel loro ambiente naturale è sicuramente un’esperienza da viviere. Il Mozambico è stata invece una scoperta in quanto è Africa vera. Ti rendi conto della differenza fra i due paesi immediatamente quandosei al confine fra il Sud Africa e il Mozambico: in pochi metri passi da un Paese con strade asfaltate e uffici doganali ben tenuti a un Paese con strade sterrate e uffici doganali che sono poco più che delle capanne. Nell’attraversare il Mozambico dal Pafuri Border, nella parte nord del Kruger, per arrivare alla costa, abbiamo percorso chilometri di piste sterrate, dove l’unica cosa che incontravi sono questi villaggi di case di cannucce con i tetti di paglia, dove per cucinare si accende il fuoco all’esterno della casa, dove i bambini ti guardano con i loro grandi occhi neri e sono felici se fermi la macchina e ti metti a giocare un pò con loro. Ed è questo che abbiamo fatto in alcuni dei villaggi incontrati. Ci siamo fermati e abbiamo cercato di socializzare con queste persone che ti accolgono veramente come un fratello o una sorella e non vorrebbero più lasciarti andare via. E’ stato bello vedere l’universo femminile che si prende cura di se stesso accondiandosi i capelli con le tipiche treccine africane. Non dimenticherò mai le risa mie e dei bambini mentre giocavamo ad acchiaparella! Il Mozambico è anche i colori del mare e della spiaggia e delle sue dune. Il Mozambico è la bellezza delle Isole Bazaruto. Il Mozambico è anche il profumo del cibo cotto alla griglia. Il Mozambio è...................un Paese da vedere.

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Delhi – Varanasi

(di Rosa Pignatelli)

"Il viaggio in India ha rappresentato un salto estemporaneo in una cultura molto diversa dalla nostra.
Da un lato indugi di fronte a tanta povertà, forse più plateale di quella che si respira in Africa perché le città indiane sono molto più affollate di persone con corpicini smilzi che ad ogni ora del giorno e della notte camminano, guidano o, assorti nella propria intima spiritualità, si fermano con gambe incrociate e lo sguardo perso nell’infinito. E ancora rimani scosso. dall’assenza di regole igieniche, dall’entropica guida dei mezzi, dalle vacche smagrite che errano per le città e dall’ inquinamento in particolare quello acustico…e ti domandi: cosa succederà quando ci sarà un’auspicabile ricchezza diffusa per cui tutti o quasi potranno permettersi un’auto privata?
Dall’altro lato però, in India subisci il fascino dell’assenza di forme di prepotenza e iracondia, della pacata rassegnazione alla condizione umana in cui si è nati, quasi come se non ci fosse alcun attaccamento alla permanenza terrena.
È indubbia la bellezza dei palazzi reali, delle fortezze, delle moschee, dei templi visitati lungo l’itinerario di viaggio. L’architettura più fotografata del viaggio rimane sempre il Taj mahal: la settima meraviglia del mondo. È affascinante e forse suscita anche un po’ di invidia il racconto delle guide sul modo di vivere dei marajaha soprattutto nei maschietti del gruppo! Ma il fascino del paese non si limita alle bellezze architettoniche del passato… Meraviglioso è il loro senso religioso, con una nutrita partecipazione alle cerimonie. Meravigliose sono le donne, avvolte nei loro sari sensuali e colorati a festa, meraviglioso è il loro pudore: quando provi a fotografarle si nascondono il viso.
Osservando questo paese capisci che sta cambiando ma ancora non è chiaro in che modo e se realmente seguirà la strada del capitalismo occidentale. Sicuramente lungo il percorso in autobus era divertente il contrasto tra i cartelloni pubblicitari delle compagnie telefoniche o di accessori di lusso,segno di modernità e occidentalizzazione spinta,e la vista di intere famiglie di 4 persone stipate sulle moto, l’assenza di marciapiedi,di fognature, di quello che per noi è scontato..(per inciso la moto costituisce il mezzo di trasporto più diffuso perché più accessibile alle tasche di molti: un poliziotto guadagna in media 60€ al mese, una moto costa 800€, questo significa che viene pagata in 50 anni e si tramanda da padre a figlio…)
Dell’intero viaggio, il momento di maggiore raccoglimento e di pace interiore, , è la gita sul Gange a Varanasi, naturale conclusione di questo breve ma intenso viaggio. A Varanasi mi sono commossa..forse perché arrivati lì ero consapevole che quest’avventura volgeva al termine, forse perché la forza della preghiera di queste persone con una forte dignità e partecipazione sociale spazzava via ogni velleità del consumismo e dell’individualismo che sempre più ci contraddistingue come occidentali, forse perché mi ero trovata davvero in armonia con i miei compagni di viaggio, forse perché l’incontro con un’altra cultura apre a nuovi interrogativi a cui non trovi risposte ma ti senti più piena e consapevole della bellezza della vita e delle diversità che si palesano viaggiando…"

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Galapagos

(di Patrizia Crisolini Malatesta )

Galapagos, las islas encantadas, sono state per me, e lo sono ancora, un viaggio indimenticabile: il paradiso perduto. Non si può descrivere l’emozione che si prova a passeggiare nei sentieri di Santa Cruz o Floreana, o qualsiasi altra isola che si visita e essere circondati da animali che non hanno nessuna paura dell’uomo: Sule dalla zampe azzurre, fregate, iguane terrestri, tanto per citare qualcuno. Sarei potuto restare ore seduta ad osservarli, se ne avessi avuto il tempo.
Provo invidia per Darwin che ha potuto passare più tempo di me in questo Eden.
E grande è l’emozione nel vedere i pinguini che si rincorrono in acqua in un gioco festoso, ma ancor di più lo è il nuotare con i leoni marini, che ti cercano e ti invitano al gioco, e tu provi a fare le evoluzioni che fanno loro in acqua, ma non ci riesci, e loro ti si riavvicinano, e ti mostrano un’altra evoluzione, quasi ad invitarti a riprovarci, ma l’acqua è il loro ambiente, non il tuo, e dopo tanto giocare è bello ritrovarsi in riva al mare, esausta con accanto uno dei leoni marini che ha giocato con te a farti compagnia. Credo che fra i tanti viaggi che ho fatto è quello che mi ha dato di più, e ancora continua a darmi molto.

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Russia

(di Patrizia Crisolini Malatesta )

La Russia, il paese più grande del pianeta, il paese degli zar, il paese delle rivoluzioni, il paese di Stalin e di Lenin, il paese della perestroika, ma anche il paese dei famosi romanzi di “Guerra e Pace” “Anna Karenina” e “Resurrezione e dei film “Il dottor Zivago” e “Anastacia” che racchiudono parte della storia russa.
Ed è questa la Russia che ho voluto visitare con il viaggio “Anello d’oro soft”, un viaggio che mi ha portato a visitare Mosca con la sua Piazza Rossa e il Mausoleo di Lenin e il Cremlino con le sue cattedrali, e poi le più famose città d’arte dell’Anello d’oro con le loro chiese all’interno completamente affrescate, e infine San Pietroburgo, chiamata la Venezia del Nord.
Il ricordo più nitido che ho di questo viaggio sono le persone: gente povera che pazientemente aspetta qualcuno che compri quel poco che hanno da vendere, a volte solo una piantina messa con un pò di terra in una lattina di fagioli, o poche teste di aglio, ma anche la gioia festosa dei neo sposi che festeggiano il loro matrimonio nei prati aprendo una bottiglia di spumante e dividendo mele con i propri familiari prima di andare a depositare il bouquet di fiori sulla tomba dei caduti dove arde una fiamma perenne, per poi andare a legare un nastro colorato ai rami di un albero come auspicio di buona fortuna.
La Russia è un paese che ha molto da offrire a chi ama viaggiare.

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Oman

(di Patrizia Crisolini Malatesta )

Quando ho detto ai miei che avrei passato l’ultimo dell’anno in Oman mi hanno guardato chiedendomi dove fosse questo paese. Ho risposto che, e che è uno stato asiatico, per l’esattezza un Sultanato situato nella porzione sud-orientale della penisola arabica, confinante con gli Emirati Arabi Uniti a nord-ovest, con l'Arabia Saudita a ovest e con lo Yemen a sud-ovest e che è bagnato dal mar Arabico e dal Golfo Persico. Ho aggiunto che ha un clima è tropicale, caldo-umido d'estate e caldo d'inverno e che il periodo più favorevole per visitare il paese va da novembre a marzo-aprile, quindi la mia scelta di passare le vacanze di Natale lì era perfetta, anche perché in Italia faceva veramente freddo.
La domanda successiva è stata, “E che c’è da vedere in Oman?” Tanto, ho risposto io: la cittadina fortificata di Nizwa, con il caratteristico souk e la compravendita di bestiame, dove incontri la popolazione beduina le cui donne oltre ad avere il velo sul capo indossano una particolare maschera sul viso che le rende ancor più belle; i forti di Bahla, Jabrin, Nakhal che sembrano miraggi di sabbia nel deserto con le loro pareti lisce e levigate e le torri elaborate, circondati da fitti palmeti; le selvagge montagne dell’interno, con piste sterrate mozzafiato che ne scalano canyon e pendii; gli splendidi wadi, profondi e rigogliosi canyon ricchi d’acqua e di palme, nelle cui acque cristalline si può nuotare. Le infinite spiagge deserte, da quelle bianche bagnate da acqua turchese, a quelle di sabbia gialla ed acque verde smeraldo, a quelle in cui le tartarughe vanno a deporre le uova. E poi il deserto, un deserto che ti incanta per i diversi colori che assume durante la giornata, un deserto caldo anche la notte che ti consente di passeggiare fra le sue dune anche a mezzanotte con una semplice t-shirt e un paio di jeans.
Il ricordo più bello di questo paese è, senza dubbio, l’essere entrata in una grotta attraverso uno stretto passaggio nella roccia e poi dopo un piccolo percorso sott’acqua l’essermi ritrovata in quello che può essere un angolo di paradiso terrestre, questa grotta, che all’esterno è nascosta dalla montagna, piena di acqua cristallina che arriva da una cascata che è all’interno della grotta illuminata dalla luce che filtra da una spaccatura sul soffitto.
E ancora oggi ho nostalgia di tutto ciò.

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USA

(di Patrizia Crisolini Malatesta )

Gli Stati Uniti, sono una delle mete sognate da molti, ma ad essere sincera non rientrava nei miei programmi di viaggi, poi la lettura di un libro ambientato in California, la curiosità di saperne qualcosa di più e la decisione del viaggio.
Un viaggio che, attraverso gli stati del Sud Ovest, mi ha svelato la magia delle metropoli americane, dalle californiane Los Angeles e San Francisco, dalla magica e luccicante Las Vegas alla multietnica New York. Ma il viaggio che avevo scelto era incentrato soprattutto sugli straordinari paesaggi degli Usa e dei suoi Parchi Nazionali dove protagonista è la natura. le sequoie giganti dello Yosemite, le spettacolari forme disegnate dall'erosione, del Grand Canyon e del Bryce Canyon, la Monument Valley, dove venne girato Ombre Rosse e dove siamo rimasti talmente affascinanti ad ammirare il tramonto e a vedere le Ombre allungarsi da scordarci delle miglia che ci aspettavano per arrivare in albergo tanto che non abbiamo avuto il tempo di cenare, ma l’anima era sazia!. Ma ciò che più mi ha affascinato di questo viaggio, e che non mi aspettavo è che è possibile anche rivevere il passato storico di queste terre, e sono rimasta senza fiato di fronte alle costruzioni rupestri del Canyon de Chelly e di Mesa Verde.
E poi, dopo un lungo viaggio in macchina che abbiamo preferito fare tutto in un giorno, eccoci arrivati al più famoso parco nazionale del mondo, quello di Yoghi e Bubu, Yellowstone: qui tra boschi, laghi, fiumi, cascate e geyser abbiamo avuto l’opportunità di incontri ravvicinati con la fauna selvatica: bisonti, alci, cervi, falchi, scoiattoli e, abbiamo avuto la fortuna di vedere, una famiglia di orsi. E’ stata una emozione grandissima.
E’ un viaggio che è rimasto nel cuore di tutto il gruppo, anche perché ci siamo trovati molto bene fra noi, 16 persone tutte partite con lo spirito giusto, quello di fare un viaggio che non è solo conoscenza di un altro paese e di un’altra cultura, ma anche dei nostri compagni di viaggio e di noi stessi.
E a distanza di anni ancora ci sentiamo, alcuni hanno già viaggiato di nuovo insieme, sempre con AnM, e anche quest’anno stiamo cercando di organizzarci per una vacanza fra alcuni di noi per la prossima estate, e stiamo cercando di far coincidere i tempi, ma anche se non dovesse riuscirci ormai siamo il gruppo del mitico viaggio negli States!

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Stay up Japan!

(di Marco Mancini)

Non cercate un legame con altri posti, il Giappone è altro!. Ciò che più mi ha affascinato di questo Paese è il suo popolo. Sempre disposto al sorriso e pronto ad aiutarti. Pur conoscendo poche parole in inglese si prodigano nel dare spiegazioni in giapponese, che tu non capisci ma stai li a sentire perché attratto dalla gentilezza con la quale cercano di aiutarti. Non conoscono il significato della parola no e quando gli si chiede qualcosa a cui non sanno risponderti, sono in imbarazzo ma cercano comunque di fare il possibile per accontentarti. In realtà è il loro grande rispetto del prossimo e la loro riservatezza a creare in te imbarazzo. Vorresti parlarci, discutere con loro, ma entrare nel loro mondo privato è difficile. Ho visto posti incantevoli: Nara, Nikko, Kyoto, a dimensione umana, per passare alla frenetica Osaka e la straordinaria Tokyo, ma su tutto loro, i giapponesi, popolo unico! Emozionante, ad Hiroshima, la Cerimonia della Pace che si tiene ogni 6 agosto. Tutto parla o suona in Giappone. Parlano le porte, le scale mobili, ovunque e a qualsiasi ora! Per capire il Giappone ed il suo popolo bisogna pensare, vivere, mangiare come loro (non troverete una forchetta nei ristoranti giapponesi!). Solo così amerete il Giappone! In questi giorni però qualcosa è cambiato. Il terremoto e lo tsunami hanno piegato una nazione. Abbiamo tutti visto scene impressionanti, ma nessun video ha mostrato mai panico o disperazione. Le emozioni non si esternano, così sono i giapponesi. Seppelliranno e piangeranno i loro morti ma sempre nella loro compostezza. La fierezza degli antichi samurai vive in loro. Avrei voluto essere in Giappone ad Aprile per l’Hanami (la festa della fioritura dei ciliegi) ma devo a loro il rispetto che loro hanno avuto per me. Presto ci tornerò. Stay Up Japan!

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Messico Discovery

(di Gabriele Muzi)

Se è vero che di un viaggio la cosa più bella non è arrivare ma partire, la Rotta Maya delle antiche civiltà centramericane non delude: colori, profumi, suoni ed immagini rimarranno impressi nella memoria. Una varietà di temi da affrontare a bordo della mitica corriera, in cui non sai mai se ritroverai a destinazione gli zaini relegati sul tetto del bus, viste le buche che ammortizzatori e sospensioni sono costrette a sopportare.
Archeologia: dalle piramidi del Sole e della Luna di Teotihuacan alle foreste che nascondono Palenque e Tikal; senza però dimenticare il fascino decadente di Antigua e le suggestioni di Tulum e Chichen Itza.
Paesaggi e natura incontaminati: coccodirlli, caymani, giaguari e babbuini convivono pacificiamente a stretto contatto, sia che ci si trovi in barca nel Canyon Sumidero in Chapas, sia che ci si tuffi tra le cascate di Agua Azule e Misol Ha; una notte di pullman separa le altitudini vulcaniche del guatemalteco Lago Atitlan dagli atolli del Belize: Cayo Caulker è avamposto per gli appassionati di immersioni vista la vicinanza con il Great Blue Hole.
Il calore delle persone: dai venditori del mercato di Chicicastenango, ebbri di tequila fin dalle prime luci dell’alba, alla spiritualità dei culti sincretici di San Juan Chamula, in cui cattolicesimo e antiche credenze rituali si incontrano e fondono armoniosamente. Per non parlare di Flores, isola sul Lago di Peten Itza: l’ostello Los Amigos è ritrovo di viaggiatori provenienti da ognidove, un vero e proprio ombelico del mondo.
Tre settimane e trecento parole non sono sufficienti per descrivere il turbinio di emozioni in cui si viene coinvolti: quattromila chilometri dal caos di Città del Messico allo Yucatan passando per Guatemala e Belize, attraversando i colori di San Cristobal de Las Casas, avamposto degli indios, ed il turismo sfrenato di Cancun e Isla Muyeres.

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Patagonia e Terra del Fuoco

(16.12.2010-06.01.2011, di Edoardo d'Ardia)

Fitz RoyDeve dirsi che il viaggio è molto bello. Come mi immaginavo è particolarmente adatto a chi ama la natura, mentre è meno orientato alla cultura o alla scoperta di popolazioni diverse dalla nostra. Dal punto di vista politico, il peronismo aleggia ancora nell’aria, anzi direi che è ancora attuale: ho l'impressione che gli argentini hanno bisogno di qualcuno che gli prometta il progresso e la ricchezza … non import_a poi se la ottengono con il mezzo dello statalismo o dell’assistenzialismo (ma non hanno imparato niente dalla crisi del 2001?). In Argentina, chi va avanti, chi ha la possibilità di vedere e di conoscere il mondo, sono i soliti noti latifondisti immancabilmente legati e protetti dall’oligarchia politica. Quindi mi sono stupito di come il paese sia indietro, soprattutto paragonato al vicino Brasile. Mi pare quasi che, nel pensiero argentino, si è ormai assuefatti ad essere isolati laggiù, alla fine del  mondo, circondati da immense praterie oppure dalla brulla steppa patagonica. E allora cosa resta a quel popolo, pur cosìorgoglioso della propria nazione? La risposta potrebbe essere trovata nell'immagine che la collettività conserva dei suoi due miti intramontabili, Peron e Maradona, l’uno controverso, l’altro venerato incondizionatamente.

Perito MorenoLettura consigliata: N. VICECONTI, Due Volte Ombra", Collana Baiguo.Pinguini a Penisola Valdez

(Racconta la storia di una delle tante bambine/i rapite/i in Argentina, tolti ai genitori ritenuti sovversivi e dati in adozione o agli stessi membri delle forze militari o a coppie sterili vicine al regime).

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Cucina Khmer in Cambogia

(di Francesca Braghetta)

Sono ormai diversi anni che prima di partire per un nuovo paese mi documento anche sui cibi e sull’aspetto culinario che incontrerò ed ho notato una sempre maggiore offerta di mini-corsi di cucina per turisti curiosi, fiorire ormai in ogni parte del globo.
In Cambogia non ho saputo resistere alla curiosità verso la cucina khmer e cercando su internet, nei blog e sulle guide cartacee, ho trovato a Siem Reap un ristorante che per una decina di dollari offre un corso di tre ore, inclusa visita guidata al mercato agro-alimentare locale e degustazione finale.
Dopo una giornata passata ad arrampicarci su templi e girare in tuc-tuc ci siamo ritrovati a Le Tigre de Papier Restaurant, sull’affollato struscio di Siem Reap (anche noto come Pub Street) per immergerci negli aromi e sapori khmer
Dopo la scelta dei piatti ed un giro al mercato tra le bancarelle di verdure a noi sconosciute (come i Kang Kung - spinaci d’acqua o i lunghissimi fagiolini chiamati Sdet Kur) coltello alla mano, abbiamo iniziato a maneggiare, annusare, assaggiare, poi affettare radici, spezie, erbe e ingredienti sotto l’abile guida di Mrs. Chee’va che con la sua vocina acuta e pungente ci dirigeva professionale e perentoria: un incrocio tra un Riccardo Muti dei fornelli e un sadico viet cong de ‘Il Cacciatore’*.
A turno abbiamo cucinato e mangiato di carne e pesce del lago Tonlè Sap, insalata di fiori di banano, involtini di pollo, noodles e doce di riso e mango
Siamo tornati in hotel sazi e soddisfatti della singolare esperienza e di un aspetto della Cambogia che ci rimarrà impresso a lungo, con sotto braccio un pomposo ‘diploma’ di provetti cuochi khmer, ricevuto a fine corso, ma anche l'amara consapevolezza che sarà pressoché impossibile reperire gli ingredienti ‘freschi’ nei nostri mercati italiani per preparare ai nostri amici i piatti appresi…

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Egitto

Nilo breve, 26/12/2010-05/01/2011 (di Alessandra Cofini)

Dopo il viaggio in Egitto il termine faraonico assume un nuovo significato. Un museo a cielo aperto! Le piramidi e la Sfinge non sono che una parte di un patrimonio storico impressionante. Non dimenticherò mai lo stupore provato vedendo il tempio di Dendera, l’emozione nell’entrare nel tempio di Karnak, con le sue maestose 132 colonne; i colori vivaci sopravvissuti nelle tombe della valle dei re e delle regine, sorvolate in mongolfiera. Il tramonto al tempio di Philae e l’alba ad Abu Simbel che illumina Ramses e la sua grandezza. Favoloso Egitto!

 

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Perù

15-31/10/2010 (di Michela Paulicelli)

Raccontare del Perù, per me oggi significa rievocare immagini, odori, colori intensi, e ricordare la gente, la loro serenità, gli allegri vestiti e il loro gentile sorriso. Non c’è nulla in questo viaggio che non abbia lasciato in me un ricordo di estrema stupefacenza, per tutto ciò che è stato visitato e vissuto.

Potrei ricordare l’Isola di Amantani. Qui l’esperienza è stata straordinaria. Abbiamo condiviso con gli abitanti del lago, due giorni molto intensi, trovando una realtà decisamente diversa dalla nostra che non sempre conosciamo. Persone che vivono con l’indispensabile, ma che sembrano non avere bisogno di nulla se non di quella serenità e quell’allegria che travolge la loro esistenza.

E poi lo splendore del lago e dei suoi tramonti. Per non parlare delle rovine della leggendaria città di Machu Picchu.

Non è facile esprimere ciò che ho provato all’arrivo al sito. Certamente è stato uno dei momenti più importanti del viaggio in Perù.

Non c’è bisogno di lunghe spiegazioni o racconti di storia davanti a tanta meraviglia, basta ammirarne la grandiosa e straordinaria bellezza.

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Marocco

Marocco Soft, 6-17/08/2010 (di Alessandra Cofini)

ll Marocco é un’autentica scoperta: un paese affascinante e variegato, ricco di storia e natura.
Passeggiare tra i vicoli delle medine delle città imperiali, ricchi di profumi e colori, è come fare un salto indietro nel tempo. Mozzafiato lo spettacolo a cui si assiste percorrendo la strada per la Valle dello Ziz, del Thodra e Dades. Pendii scoscesi stringono i villaggi di case rosse dal tetto piatto; ad ogni curva si aprono ampie vedute sul fondo verdeggiante delle oasi.
mConceria a Fesmm

 

 

 

 

 

Le Kasbah, che appaiono come fiabeschi e magici castelli di sabbia; i Ksar, villaggi fortificati dove sarete fortunati se qualche abitante del luogo vi inviterà a vedere la sua casa, con il pavimento in terra e gli animali che scorazzano tra la cucina e lâ??esterno.
Suggestivo il deserto quando, a dorso del dromedario, la luce del tramonto allunga lentamente le ombre sulle dune sempre più rosse. Nei miei ricordi di viaggio avranno sempre un posto speciale le dune del deserto, il pernottamento sotto le stelle, la brezza fresca dell'oceano di Essaouira, l'??intrigante piazza di Marrakesh ed i colori di questo paese senza tempo.

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